Una cotta per il mosto

Da diverso tempo non partecipavamo alle benemerite cene birrarie organizzate dall’enopub Il Barbaresco di Legnano, un ciclo di incontri di grande successo alla cui inaugurazione avevamo partecipato ben 4 anni orsono. Se siamo tornati sul luogo del delitto il merito è tutto del giovane ma già premiatissimo Birrificio Sagrin di Calamandrana (Asti), che ci ha incuriosito con le sue creazioni originali e, alla prova dei fatti, non ha certo deluso le attese. I due titolari BeppeBilly, al secolo Giuseppe Luci e Matteo Billia, con cui abbiamo avuto la fortuna di dividere il tavolo, dimostrano notevoli capacità di coinvolgere il pubblico interpretando i ruoli del “poliziotto buono e poliziotto cattivo“: pragmatico e dissacratorio il primo, filosofico e tecnico il secondo. Ma a garantire il successo del birrificio non sono certo – o almeno non soltanto – le doti affabulatorie dei suoi proprietari.

20180323_203550 Il Birrificio Sagrin è noto soprattutto per essere tra i principali artefici della diffusione dell’IGA, uno stile birrario tutto italiano: la sigla sta per Italian Grape Ale, e identifica la birra prodotta con l’aggiunta di mosto di vino. In assenza però di un qualsivoglia disciplinare, la definizione è del tutto vaga: per farla breve, ognuno fa a suo modo, dai pionieri del birrificio Barley in poi. La scelta del Sagrin è stata quella di utilizzare una percentuale di mosto molto limitata (tra il 5% e il 10%) e di aggiungerlo direttamente in fermentazione, realizzando così prodotti che devono molto al vino per aromaticità ed equilibrio, ma che al tempo stesso conservano una fortissima identità birraria. A questo poi si aggiunge la collaborazione con aziende vinicole di grande affidabilità come Dogliotti 1870 e Valfaccenda, che assicurano la fornitura di mosto di qualità.

Arriviamo così alla cena dello scorso 23 marzo, aperta da due birre che con lo stile IGA non hanno nulla a che fare, ma che testimoniano perfettamente l’originalitàcreatività del birrificio. La prima è la “piccante” Bacialè, una sfiziosa saison leggermente speziata con aromi che stupiscono anche per l’azzardato mix Nord-Sud: menta di Pancalieri e scorza di limoni di Sorrento. Perfetto anche l’abbinamento: mozzarella di bufala, zucchine alla menta e un godurioso crostino agli agrumi. Come primo piatto, i più classici maccheroncini all’amatriciana sono stati invece accompagnati dalla T.Malefica, una triple “mascherata”: tutte le caratteristiche dello stile belga, ma con in più almeno due mesi di fermentazione in bottiglia, che le conferiscono un caratteristico aroma. Birra ingannevolmente beverina ma dalla non indifferente gradazione alcolica, a cui si deve la denominazione (e per carità di patria sorvoliamo sul significato della “T”).

Entriamo finalmente nel regno delle IGA con le restanti due portate: la prima vede protagonista la famosa Roè, recentemente premiata con la medaglia di bronzo al Bruxelles Beer Challenge. Si tratta di una birra prodotta con mosto di uve Arneis, e in tal senso non lascia dubbi il marcatissimo profumo floreale: il gusto è delicato ma anche profondo, con una nota amara non indifferente. Essenziale, quest’ultima, per premiare un abbinamento in apparenza molto osé, quello con l’agnello arrosto ai cipollotti borettani: pare impossibile, ma la Roè è perfetta per temperare il sapore selvatico della carne ovina. Meno azzeccato, invece, l’ultimo abbinamento: la ciambella con mandorle, canditi e zabaione è deliziosa, ma il contrasto con l’esuberante Samos risulta eccessivo. Dolcezza e acidità finiscono per annullarsi a vicenda, lasciando la bocca praticamente neutra. Ciò nonostante, la IGA realizzata con mosto di uve Moscato lascia il segno: fresca e fruttata (ma per nulla dolce), la birra si fa apprezzare anche come aperitivo.

Attendiamo la prossima occasione per degustare le altre creazioni del Sagrin, tra cui la Monfrà con mosto di Barbera: a quanto pare trovarle in giro non è facilissimo, ma chi si trovasse in zona può rivolgersi direttamente al Barbaresco. Prosit!

 

 

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Altro ke ristoranti!

Sia pure con il solito inqualificabile ritardo, eccoci pronti ad aggiornarvi sugli esiti delle ultime missioni gastronomiche. La nuova recensione vera e propria riguarda l’Altroké, un giovane ristorante di Milano dalla formula ancora da perfezionare: le porzioni sono un po’ troppo ridotte e i prezzi, al contrario, decisamente esagerati, anche se bisogna tener sconto dei fortissimi sconti che arrivano fino al 50% (per esempio prenotando tramite The Fork). Per contro l’entusiasmo non manca, e neppure le idee: alcuni piatti sono molto interessanti, come la cacio e pepe al battuto di gamberi rossi, altri semplici ma ben riusciti (vedi il polpo croccante su vellutata di patate e porri). Vi rimandiamo come sempre alla nostra recensione completa per approfondire.

Sempre a Milano, ma diametralmente opposto sia per location geografica sia per tipologia, ecco Al Padellone: una ruspante steakhouse e pizzeria al trancio amata dai bikers, ma ideale anche per chi vuole godersi una buona grigliata di carne a prezzi non eccessivi. E infine, per l’ultimo consiglio, ci spostiamo a Settimo Torinese: qui troverete il ristorante René, che si farebbe già amare con i suoi manifesti dei film di Pozzetto e Calà alle pareti, ma poi irrobustisce l’impressione iniziale con ottimi piatti di cucina piemontese, dal vitello tonnato ai risotti. Da testare più approfonditamente!

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Pietre miliari

Ci sono ristoranti che nel corso degli anni riescono a trasformarsi in irrinunciabili punti fermi mentre il mondo intorno a loro cambia vertiginosamente: è il caso dell’Osteria Le Pietre Cavate, una vera e propria istituzione in zona corso Sempione a Milano. Questo locale aperto da più di quarant’anni, di chiara ispirazione toscana, ha però arricchito il suo menu con diversi piatti a base di pesce, fino a diventare uno degli ultimi esemplari di ristorante “per tutte le stagioni“, una specie ormai in via di estinzione. La specialità della casa resta comunque la carne alla brace, in particolare fiorentinafiletto; il resto lo fanno l’atmosfera calda e la non banale attenzione al cliente. Per saperne di più, non vi resta che leggere la nostra recensione completa!

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Il grande fritto

Se la tentacolare metropoli (si fa per dire) che risponde al nome di Milano ha un pregio culinario, è indubbiamente la varietà: in città è rappresentato qualsiasi tipo di cucina, italiana o internazionale, e in caso di necessità è possibile soddisfarvi anche il desiderio gastronomico più inconsueto. Se per esempio vi venisse voglia di fritto misto alla piemontese… ebbene sì: cercando attentamente, e prenotando con un certo anticipo, potete togliervi lo sfizio alla Trattoria Aurora, un locale di stampo antico che tra l’altro oggi appare come una mosca bianca nel contesto modaiolo e stylish di via Savona. Il servizio impeccabile e la cornice in stile liberty rendono ancora più piacevole un’esperienza che è da consigliare solo agli stomaci forti: cotoletterognonianimellecervella, e ancora piedini, cuore, fegato, filetto, persino gamberi e rane, si susseguono senza tregua per almeno 15 portate, fino ad arrivare al dessert (naturalmente fritto), per chi ci riesce. Il tutto all’insegna della qualità e anche della leggerezza, compatibilmente con l’abbondanza delle porzioni! Ma oltre al fritto, il ristorante ha molte altre frecce al suo arco: per scoprirle, leggete la nostra recensione completa.

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David diventa Golia

Sull’impero di David Ranucci magari a volte il sole tramonta, ma di sicuro quando accade nessuno corre il rischio di soffrire la fame. Dai tempi della leggendaria osteria Giulio Pane e Ojo il ristoratore laziale, che ama definirsi “oste da cent’anni”, si è espanso – è il caso di dirlo – a macchia d’olio fino a conquistare buona parte del quartiere di Porta Roma a Milano: prima è arrivato il locale gemello Abbottega e poi, a distanza di qualche anno, l’ampia e accogliente trattoria Casa Tua, sempre nel raggio di pochi metri. Le sfumature regionali dei tre ristoranti sono leggermente differenti (a Casa Tua siamo sul confine tra Lazio e Toscana), ma la formula è assolutamente identica: piatti semplici e tradizionali, arredamento vintage e spartano, porzioni molto abbondanti. In effetti, il menu offre una notevole varietà di classici della cucina toscana, come ribollitacacciucco, ma anche di quella laziale, vedi i bombolotti alla gricia; e pure i secondi, tutti di carne, sono nella scia della gastronomia tipica locale. Peccato che l’idea, ormai imitata da chiunque e non solo a Milano, alla fine rischi di mostrare un po’ la corda, e che la qualità dei piatti non sempre soddisfi le aspettative. Per saperne di più, non vi resta che affidarvi alla nostra recensione completa!

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A passo di lumaca

Quando si parla di cibo, l’effetto sorpresa è spesso purtroppo un fenomeno negativo, nel senso che il ristorante non risponde alle aspettative del cliente in termini di qualità, servizio o prezzi. Ci sono però anche i casi contrari e sono quelli che danno più soddisfazione: nella non troppo ampia casistica possiamo senz’altro inserire la Trattoria Podazzera di Vigevano, in provincia di Pavia. Un locale che dall’esterno si presenta come un fabbricato anonimo (un’ex cascinale) e con una sospetta insegna gialla al neon, ma che nasconde in realtà un piccolo gioiello: un ristorante dall’atmosfera tranquilla e raccolta, dall’originale arredamento vintage, e soprattutto focalizzato sulla cucina di qualità, nel rispetto della tradizione lombarda (ma non solo). L’oca, specialità della vicina Mortara, è uno dei cavalli di battaglia del locale, sotto forma di salumi, di sugo per le tagliatelle artigianali o di prelibata scaloppa di fegato; ma ci sono anche altre prelibatezze, a partire dalle lumache trifolate e dal poco conosciuto figadej, un insaccato di interiora di maiale che si fregia della denominazione De.Co. Non vi resta che consultare la nostra recensione completa per maggiori informazioni… Nel frattempo cogliamo l’occasione per augurare buon Natale e buone feste a tutti!

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Prosciuttiamo?

Sentite anche voi quell’atmosfera speciale? Quel particolare spirito che pervade i cuori, quella sensazione di gioia e di affetto, quel dolce e familiare profumo nell’aria? Ebbene sì, it’s that time of the year again: sta arrivando il tempo di Ora ProSciutto! L’appuntamento con la famigerata e immarcescibile festa di fine anno per le Locuste e i loro aficionados è già fissato: quest’anno l’evento si terrà mercoledì 27 dicembre, sempre nella consueta location della House of The Living Hams di Gallarate. L’origine della ricorrenza si perde ormai nella notte dei tempi, così come del resto la data di nascita di molti dei partecipanti: per fortuna le nuove leve tengono alta la bandiera dei divoratori di suini, e la tradizione può rinnovarsi ogni anno malgrado gli acciacchi e gli impedimenti logistici. L’obiettivo di fondo è sostanzialmente invariato: assaltare a mano armata un incolpevole prosciutto – che quest’anno, ghiotta anticipazione, tornerà a essere un genuino San Daniele della premiata salumeria Coradazzi – fino a consumarne quanto più possibile, con degno accompagnamento di formaggi, antipasti e snack vari, frutta secca, dolci natalizi, lychees e altre leccornie di contorno. Il tutto, naturalmente, annaffiato da fiumi di vino e allietato dalla visione di alcuni capolavori del grande schermo. Insomma, inutile dilungarsi oltre: chi ha vissuto almeno una volta l’esperienza sa cosa lo aspetta, tutti gli altri possono consultare la pagina dedicata per un breve riassunto fotografico delle edizioni precedenti, oppure presentarsi direttamente alla porta il 27 dicembre, ricordando solo di contribuire con un piccolo obolo e – soprattutto – una congrua donazione vinicola. Che dire di più? Ora ProSciutto 2017 vi aspetta!

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