Te lo do io l’amarico!

Come vi è venuto in me20181013_102152nte di visitare l’Etiopia? Questa è stata la domanda che abbiamo ricevuto più spesso al nostro ritorno dal Corno d’Africa. E la risposta è stata automatica nonché quasi obbligata: come può venire in mente di non visitarla? L’Etiopia è un luogo davvero unico al mondo: è Africa, anzi la quintessenza dell’Africa con tutte le sue contraddizioni e problematiche, ma a differenza della stragrande maggioranza dei paesi africani può vantare, accanto a un’incredibile varietà di straordinari panorami, anche un patrimonio storico e artistico di prim’ordine, dalle spettacolari chiese rupestri di Lalibela all’incantevole cittadella imperiale di Gondar. Inoltre l’Etiopia è l’unico stato del continente a non essere mai stato colonizzato (a parte la breve e infelice parentesi italiana) ed essere stato governato per gran parte della sua storia da un impero autoctono: per questo motivo gli etiopi possono vantare oggi una tradizione culturale e religiosa diversa da tutti i popoli confinanti, una propria, arcana lingua, l’amarico (che crea non pochi problemi di traslitterazione e comprensione), persino un calendario e un orario diverso dal resto del mondo. Il viaggio non presenta particolari difficoltà, fatti salvi i tentativi di borseggio ad Addis Abeba e qualche inevitabile disguido nei trasporti, e soprattutto per la parte Nord del paese (il cosiddetto “circuito storico”) può essere tranquillamente organizzato in autonomia, a costi veramente ridotti. Lo consigliamo caldamente: tra montagne incontaminate e autostrade cinesi, tra campi profughi eritrei, cristalline cascate e misteriose stele, scoprirete un’Africa simile e, insieme, diversissima da quella che fin qui avete immaginato.

20181011_131629Veniamo ora all’argomento che più ci interessa: il cibo. Pur non essendo, come si può immaginare, una terra per fini gastronomi, anche dal punto di vista alimentare l’Etiopia gode di alcune peculiarità che la differenziano dai paesi circostanti e non solo. Prima di tutto, è la patria del caffè, e gli italiani ne scopriranno con sgomento le delizie: ebbene sì, la pregiata bevanda può essere addirittura più gustosa in Etiopia che nel Bel Paese, sia quando viene preparata con modalità “moderne” (espresso o moka) sia, e soprattutto, quando passa dal tradizionale rito del bunna (=caffè, appunto). Quest’ultimo è una vera e propria cerimonia che si svolge ogni giorno a tutti gli angoli di strada, in case private e locali pubblici: prevede la tostatura “in diretta” dei chicchi del caffè, il lavaggio delle tazze, l’infusione in un apposito bricco di terracotta su braci preparate al momento, e persino il consumo di biscotti e pop-corn nell’attesa! Il risultato è un’esplosione di sapori e profumi destinata a cambiare la concezione del caffè di chi assaggia. Provare per credere.

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Caffè a parte, la cucina etiope è semplice e piuttosto monotona. Protagonista assoluta è l’injera, tipica sfoglia spugnosa derivata dalla fermentazione del miglio e del sorgo: si potrebbe paragonare al pane, ma in realtà si usa anche come piatto da portata e come… posata, strappandone piccoli pezzi e utilizzandoli per raccogliere il cibo. C’è persino una pietanza il firfir, costituita da injera sbriciolata e imbevuta nel sugo, da consumare naturalmente con accompagnamento di injera! Insomma, un alimento onnipresente e che “riempie” facilmente, malgrado i contenuti nutritivi non straordinari. I condimenti dell’injera sono costituiti quasi esclusivamente da carne: assente il maiale, quella di agnellocapra è preferibile al manzo, molto magro e piuttosto legnoso. La carne viene cucinata quasi sempre sminuzzata in piccoli pezzi (tibs), e talvolta anche sotto forma di stufato (wot): uno dei piatti più tipici del paese sarebbe il doro wot, stufato di pollo, ma non abbiamo mai avuto la fortuna di gustarlo perché richiede dalle 3 alle 4 ore di preparazione e va dunque ordinato con largo anticipo. Ulteriore specialità è il kitfo, a base di carne macinata cruda, anche se per ragioni sanitarie molti viaggiatori – noi compresi – preferiscono consumarlo cotto. L’altro elemento fondamentale della dieta sono i legumi: lenticchie, ceci, fagioli, fave e diverse altre varietà locali, che sono alla base dello shiro (tipica crema di legumi, servita con o senza carne) e di altre preparazioni analoghe. Quasi tutti i piatti sono abbondantemente speziati – la nota dominante è quella del berberè – e/o piccanti, con peperoncino a volontà.

20181004_202258Il menu sostanzialmente finisce qui: le pietanze descritte sono quasi tutte piatti unici, accompagnabili al massimo con una zuppa (ottime quelle di verdure e di lenticchie) e con qualche contorno di verdura cotta. Inoltre, specialmente nelle zone lacustri e fluviali, è possibile assaggiare piatti di pesce d’acqua dolce fritto o alla griglia, piacevole anche se non particolarmente saporito. Questo almeno per chi si vuole mantenere nel solco della cucina locale, senza avventurarsi nel consumo di pasta (presente in diverse varietà), pizza o altre “prelibatezze” occidentali. I dessert sono del tutto assenti dai ristoranti: si può trovare al massimo qualche frutto – banane o papaya – mentre per i dolci veri e propri, pochi e a base di pasta di pane, bisogna recarsi appositamente in pasticceria. A tavola si beve soprattutto birra, anche per contrastare i sapori piccanti: la Habesha, peraltro di proprietà olandese, è nettamente superiore a tutte le altre marche locali. C’è anche il vino: sebbene la scelta sia ovunque ristretta a due etichette, entrambe prodotte dalla Castel Winery, la qualità è sorprendentemente più che accettabile.

Due chicche per concludere. L’unico street food disponibile, banane a parte, sono gli ottimi sambussa, nient’altro che la versione etiope dei samosa indiani: deliziose frittelle triangolari ripiene di lenticchie o di carne. La bevanda più tradizionale dell’Etiopia è invece il tej, una sorta di idromele aromatizzato con foglie di una pianta locale: è disponibile in diverse varietà e gradazioni alcoliche, ma trovarlo non è affatto facile. Lo si consuma infatti prevalentemente in casa o in appositi e rari locali, come la Torpido Tej House di Lalibela.
A questo punto crediamo di aver detto davvero tutto: nei prossimi giorni completeremo il quadro con le recensioni di alcuni dei ristoranti che abbiamo avuto la fortuna di visitare in Etiopia, quindi restate sintonizzati!

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Estate al San Martino

I menu degustazione sono una delle grandi piaghe della ristorazione moderna, se usati in modo scorretto, come purtroppo spesso avviene. Più di una volta, infatti, dietro un’offerta apparentemente conveniente si nasconde un malizioso stratagemma per rifilare al cliente i piatti di minore qualità e meno rappresentativi della cucina del locale, senza contare i costi nascosti che finiscono per rendere il conto molto più salato del previsto.

Per fortuna, in questo quadro poco edificante esistono anche alcune luminose eccezioni: fra queste segnaliamo il ristorante San Martino di Sassari, che a fronte di prezzi alla carta non bassissimi (almeno per il contesto cittadino) propone due menu degustazioni davvero convenienti, al prezzo di 30 e 20 euro tutto compreso, e soprattutto che presentano in modo efficace la qualità e la cura nella preparazione dei piatti caratteristici del ristorante, invogliando il cliente a tornare sul luogo del “delitto” per assaggiare qualcosa di diverso. Questo, d’altronde, dovrebbe essere l’unico scopo dell’operazione, o siamo forse troppo ingenui?

Il ristorante San Martino, comunque, merita una visita a prescindere dalle offerte speciali, per il suo ambiente elegante e all’antica ma soprattutto per la sua ottima cucina di mare: segnaliamo tra i piatti più interessanti le orecchiette al sugo di cernia con melanzane viola (tra l’altro comprese nella degustazione) e la catalana di gamberi e calamari. Per saperne di più, leggete la nostra recensione completa!

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All’ombra dell’ultimo sole

Del fatto che la cucina sarda, e in particolare quella sassarese, sia eminentemente basata sugli ingredienti “di terra” con pochissimi riferimenti al mare, si è parlato infinite volte (l’ultima, per il sottoscritto, ieri sera). Senza voler ripercorrere qui le complesse ragioni storiche che hanno portato a questo esito, basta sottolineare che ancora oggi trovare un buon ristorante di pesce a Sassari e dintorni è un’impresa abbastanza ardua, anche rispetto ad altre località dell’isola. Per questo motivo, quando si scopre un locale come Il Pescatore è necessario celebrarlo a dovere; specialmente se lo si scova a Platamona, la spiaggia più vicina a Sassari ma anche la più snobbata dai turisti e dai puristi del mare. Il ristorante in questione, oltre a essere costruito direttamente sulla spiaggia e godere per questo di una vista straordinaria (pochi e ambitissimi i tavoli all’aperto), può contare anche su una solida cucina di mare e su ingredienti freschissimi e di prima qualità: il pescato del giorno è infatti il fiore all’occhiello del menu, che per il resto si incentra su piatti semplici ma ben riusciti, dagli spaghetti al cartoccio alla frittura mista passando anche per qualche proposta di crudo. Da provare, anche se nella stagione estiva trovare posto non è facile! Leggete la nostra recensione completa sul sito per saperne di più.

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Formia e sostanza

Incastrato tra caotiche e trafficatissime arterie stradali, il borgo di Mola, antico quartiere di Formia, nasconde una vera e propria perla gastronomica: il ristorante Il Gatto e la Volpe è una specie di paradiso per gli amanti della cucina tradizionale e dei prodotti a chilometro zero, e aggiunge il carico da undici con la location incantevole e il servizio inappuntabile. Il menu è tutto incentrato su prodotti tipici del luogo, tra cui spiccano svariati Presìdi Slow Food: per citarne qualcuno, la fagiolina di Arsoli, le prelibate telline laziali e la colatura di alici di Cetara. Ma basta anche un semplice piatto di alici alla griglia con olio e limone per apprezzare la qualità della cucina. L’unico difetto? I prezzi, soprattutto quelli degli extra: far pagare il servizio in percentuale sul conto finale, pratica piuttosto rara in Italia, sarà anche equo ma è sicuramente poco trasparente, e rischia di far lievitare parecchio la spesa. Per farvi un’idea a tutto tondo, comunque, non perdete la nostra recensione completa!

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Uno schiaffo alla fame

A mangiare in certi luoghi ci si sente quasi in soggezione (attenzione, abbiamo detto “quasi”): un ristorante in attività dal 1700, che deve il suo nome a uno dei protagonisti dello storico “schiaffo di Anagni“, sarebbe da visitare in religioso silenzio. Senonché, per fortuna, il Ristorante del Gallo di Anagni è ancora oggi un locale dall’atmosfera accogliente e familiare, e soprattutto dispone di un menu di grande qualità con piatti divenuti celebri ben oltre i confini del frusinate. Basti pensare al timballo alla Bonifacio VIII, che si è trasformato addirittura in un marchio registrato, o agli eccezionali fusilli del gallo, preparati con un originale pesto di cicoria e ceci. Carne alla griglia e dolci sono gli altri cavalli di battaglia del ristorante che, nella stagione estiva, gode anche di un’incantevole “déhor” sotto lo storico portico comunale. Consultate la recensione completa per tutti i dettagli!

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L’uomo del Monte ha detto sì

Tutti i mercanti di bestiame della val di Chiana diretti a Siena e nel resto della Toscana, in un tempo non troppo lontano, dovevano obbligatoriamente transitare dall’incantevole borgo di Monte San Savino; per questo si dice – e non c’è motivo di non crederci – che i macellai della città avessero diritto alla “prima scelta” sui preziosissimi esemplari di manzo da trasformare in bistecche. Verità o leggenda, sta di fatto che oggi la città murata pullula di ristoranti specializzati, ovviamente, in carne alla brace: tra questi la Trattoria del Forno è una delle più apprezzate e anche delle più scenografiche, con la sua grande griglia all’ingresso e i locali ricavati appunto da un antico forno. Un cartello all’ingresso ammonisce: non si serve carne ben cotta! E ci mancherebbe, aggiungiamo noi: le deliziose fiorentinetagliatecostate e il pregiato filetto, che sono l’orgoglio della casa, devono essere rigorosamente gustate al sangue. Il resto del menu – con una spruzzata di tartufo – non è da meno e le porzioni abbondanti completano il quadro: leggete la recensione completa e fatevi trascinare dall’appetito!

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Invito a cena con élite

Quando si tratta di ristoranti, anche la scelta del nome è un elemento da non sottovalutare; ma ci sono anche casi in cui la denominazione del locale risulta piuttosto fuorviante. Prendiamo ad esempio il Ristorante Elite di Rapallo, in piena Riviera di Levante: il turismo d’élite staziona al massimo a qualche chilometro di distanza, nella snobbissima Portofino, e di lussuoso questo onesto esercizio di famiglia non ha proprio nulla. L’atmosfera un po’ anni Ottanta, però, non deve ingannare: la cucina ha molto da offrire, in termini di qualità delle materie prime, soprattutto di mare, e semplicità delle preparazioni. Dai classici pansotti in salsa di nocitrofie al pesto fino alle ottime linguine alla Nettuno (scampetti e vongole veraci) e alla frittura mista, tutti i piatti sono gustosi e genuini; a brillare però sono in particolare gli eccezionali dolci fatti in casa, tra cui una torta alla marmellata di limoni e noci davvero deliziosa. Per saperne di più, vi rinviamo come sempre alla recensione completa!

In chiusura, permetteteci una piccola celebrazione: non lo facciamo mai, ma questa volta è proprio il caso di fare un applauso al nostro Coordinatore delle Risorse Umane e alla Responsabile del Controllo Qualità per la nascita del piccolo Federico! Congratulazioni al nuovo arrivato e ai neo-genitori, e in bocca al lupo a tutti coloro che in futuro dovranno fare i conti con una Locusta dotata di un simile DNA…

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