McSlow?

5 luglio 2010

La notizia, in realtà, è da almeno un anno sulla bocca di tutti. Ma adesso l’apertura della sede newyorkese di Eataly, il grande mercato gastronomico ideato da Slow Food, è davvero imminente: si parla di fine agosto. Lo documenta un reportage presentato da Gigi Padovani, esimio critico de La Stampa, che potete trovare anche su YouTube (il video, non Gigi). In realtà, da scoprire non c’è molto: lo store che aprirà i battenti sulla quinta strada non è altro che una perfetta riproduzione, in grande, del centro commerciale originale di Torino, che avevamo recensito qualche mese fa. Una particolarità che alimenta i dubbi da noi espressi nell’occasione: cosa stiamo davvero esportando, in fin dei conti? Le eccellenze della cucina italiana oppure un modello di nutrizione univoco, uniformato e standardizzato, un po’ come – si perdoni la blasfemia – avevano fatto gli USA con i fast food? E se è così, si tratta di un bene o di un male?
Una bella domanda su cui riflettere in vista del LocusTour 2010 che, come è ormai noto, tra poche settimane ci porterà proprio negli States, anche se sulla costa opposta…

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5 Responses to “McSlow?”

  1. luca Says:

    “un modello di nutrizione univoco, uniformato e standardizzato”
    Ma come fai a fare questi accostamenti?? Fast food e Eataly (slow food).
    E quale sarebbe il mangiare standardizzato esportato ???
    ciao

  2. locuste Says:

    Premesso che l’accostamento era volutamente provocatorio, la domanda è lecita, e si può porre anche in termini meno apocalittici. Se la filosofia Slow Food si basa sul rispetto delle tradizioni culinarie locali, sulla tutela delle piccole aziende, sulla riscoperta della cultura agricola, non c’è una contraddizione nell’inculcare questi princìpi in una realtà simile (per dimensioni e struttura) a un centro commerciale, e ancor di più nell’esportare lo stesso modello a migliaia di chilometri di distanza?
    Magari la risposta è no, ma lo spunto di riflessione non mi sembra totalmente campato in aria.

  3. luca Says:

    Infatti, per me è no. In non bado alla struttura, grande o piccola, centro commerciale o no, io vedo che ad eataly ci sono parecchi, direi molti piccoli produttori (anche aziende composte da due persone)che lavorano bene e producono altrettanto bene, quindi esportare da torino a milano o da torino a newyork per me non cambia nulla. La qualità e il mangiare bene è giusto che siano divulgati (inculcare non mi pare proprio il termine adatto).
    ciao

  4. locuste Says:

    “Inculcare” era un termine riferito al modello di distribuzione: è compatibile una distribuzione su larga scala (con relativi costi di produzione ed esportazione) con la qualità e la genuinità che un piccolo produttore può offrire? Se lo è, tanto di cappello, però il dubbio viene. Un Eataly americano con produttori americani e aziende americane mi avrebbe suscitato meno perplessità.
    Fermo restando che a Slow Food e ai suoi fondatori bisognerebbe erigere un monumento e che sono felicissimo del successo di ogni loro iniziativa.

  5. luca Says:

    La larga scala esiste, ma se ci fai caso c’è una sovente rotazione dei produttori. Il rocaverano non lo puoi trovare tutto l’anno e infatti quando “non c’è… non c’è”.

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