Il conto del Gallo

Se per voi Rovato è soltanto un’uscita della A4 tra Bergamo e Brescia, preparatevi a cambiare molto velocemente prospettiva. Basta farsi un giro di un paio di chilometri fuori dal casello per raggiungere la Trattoria del Gallo, un ristorante che non si può non definire un tempio della cucina franciacortina. Per chi è della zona il locale è una vera e propria istituzione, luogo d’elezione per pranzi di famiglia o cene di lavoro e per celebrare occasioni importanti. Merito, certo, della squisita accoglienza e dell’atmosfera tranquilla e raffinata ma informale; ma merito soprattutto dell’eccezionale cucina che da anni propone nella loro migliore versione i piatti della tradizione, concedendosi anche qualche deliziosa variazione sul tema.

Un cavallo di battaglia della casa sono gli ingredienti a chilometro zero, molti dei quali sono Presìdi Slow Food, come le sarde del Lago d’Iseo o il formaggio Strachitunt. E poi ci sono i piatti tipici della zona: Rovato è la città del manzo all’olio, ma qui si possono trovare anche altri classici come casoncelli, bollito misto, spiedo bresciano, e un vastissimo assortimento di vini locali, dal Curtefranca Rosso alle bollicine. Insomma: uno di quegli indirizzi da annotare assolutamente. Aggiungete ai preferiti la nostra recensione completa e ricordatevene la prossima volta che percorrerete la A4…

Trattoria del Gallo

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Così prezioso come il vino

Il Vinitaly è finito, viva il Vinitaly. L’edizione “più grande di sempre” della rassegna di Verona si è conclusa mercoledì 10 aprile lasciando in dote numeri da record (125mila visitatori, 4600 espositori, 33mila buyer esteri, 1 milione di visite al sito ufficiale) e un successo avvertibile anche a occhio nudo, sia per la ressa a volte insostenibile tra stand e padiglioni, sia per l’attenzione mai così elevata da parte dei media. Quest’anno anche noi ci siamo fatti trascinare dall’aspetto festoso dell’evento: restare per due giorni a Verona ci ha lasciato il tempo necessario per incontrare vecchi e nuovi amici e per partecipare di sfuggita anche agli eventi “fuorisalone” di Vinitaly and the City che hanno animato la città ben oltre gli orari di chiusura della manifestazione.

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Ora, evaporate le bollicine del party, restano le consuete analisi del giorno dopo. E il problema del vino italiano rimane quello anticipato alla vigilia: non si vende abbastanza, soprattutto all’estero e soprattutto in Asia, che si avvia a diventare il secondo maggior mercato al mondo per valore. Chissà se la piattaforma Wine to Asia, presentata nel corso della fiera e destinata a debuttare nel 2020 a Shenzhen, basterà a invertire il trend degli acquisti da parte della Cina, che nell’ultimo anno è andato addirittura al ribasso.  Il paradosso è che il settore enologico del nostro paese soffre tremendamente l’eccessiva frammentazione di produttori e vitigni, ma al tempo stesso trova in essa la sua caratteristica più preziosa: in quale altro luogo del mondo sarebbe possibile degustare, come accaduto nel panel “La Riserva del Trecentenario” organizzato dal Consorzio Vino Chianti Classico, sei diversi vini della stessa tipologia, prodotti nello stesso anno in un raggio di una sessantina di chilometri, eppure completamente diversi l’uno dall’altro? A ogni partecipazione al Vinitaly corrisponde la “scoperta” di un nuovo vino – per noi, quest’anno, sono stati il Bellone laziale grazie alle cantine Sant’Eufemia e il Piculit Neri friulano con I Vini di Emilio Bulfon – e questo non può che essere un valore.

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Quale dunque la soluzione? Qualcuno, soprattutto gli espositori internazionali, ci ha provato con un approccio aggressivo negando l’accesso al suo stand a chiunque non fosse interessato a comprare, ma ovviamente non è una strada che sponsorizziamo. Meglio il Vinitaly dal volto umano, quello in cui i produttori sacrificano qualche minuto per raccontare la propria storia e l’infinita varietà del proprio lavoro. E pure premi e riconoscimenti non guastano: per informazioni chiedere alla Cantina Tani di Monti, in Sardegna, il cui stand è stato letteralmente preso d’assalto dopo che il Serranu, un inimitabile blend di Cannonau, Muristellu e Merlot, è stato selezionato come miglior rosso d’Italia. Ma non andiamo oltre: per un resoconto completo dei Vinitaly e un’incompletissima rassegna dei vini degustati non vi resta che leggere il nostro reportage, disponibile nella sezione Articoli del sito. E ora appuntamento alla prossima edizione, che sposterà le sue date ancora più in avanti: dal 19 al 22 aprile 2020!

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100.000 mq di vino

Finalmente ci siamo: domenica 7 aprile prenderà il via l’edizione numero 53 di Vinitaly, la più grande fiera internazionale del vino, che fino a mercoledì 10 porterà a Verona migliaia di professionisti e appassionati da tutto il mondo. Sull’evento è già stato detto tutto: i numeri sono da record, a partire dall’area di 100.000 metri quadrati occupata dai padiglioni per arrivare agli espositori, ben 4.600 (130 quelli nuovi) da 35 diverse nazioni, per un totale di oltre 18mila etichette a catalogo. Tra le novità di quest’anno ci sono la Organic Hall, una zona interamente dedicata ai vini bio, e il Vinitaly Design, che raccoglie invece tutti i prodotti legati alla promozione del vino (oggettistica, arredi, packaging), separandoli così dall’Enolitech, che resta destinato alle attrezzature professionali. Come sempre numerosissime anche le iniziative “fuori salone” di Vinitaly and the City: degustazioni, masterclass, concerti e spettacoli in tutte le piazze e i luoghi storici della città, già a partire da questa sera (venerdì 5). Segnaliamo in particolare la degustazione di 80 vini sostenibili a Palazzo Carli e il brindisi a base di Pinot Grigio sulla Torre dei Lamberti, a 84 metri d’altezza, oltre all’evento di apertura OperaWine di sabato 6 aprile a Palazzo della Gran Guardia, con 100 produttori selezionati da Wine Spectator.

Fin qui le comunicazioni “ufficiali”, ma che Vinitaly sarà? Di sicuro – e dichiaratamente – un’edizione fortemente puntata a Est: la Cina è un mercato dalle enormi potenzialità ma, secondo i dati dell’Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor, è soltanto il quarto paese in termini di importazioni dall’Italia, e con un trend negativo (seppure di poco) rispetto al 2017. Sapendo che la domanda globale di vino dall’Asia orientale vale ben 6,45 miliardi di euro, non è una buona notizia… Così come non lo è il dato secondo cui le prime 168 aziende del vino italiane realizzano il 72,1% del fatturato globale del comparto: certo, a vedere il bicchiere mezzo pieno significa che il settore è cresciuto notevolmente (+7,5% in un anno per queste realtà d’élite), ma da un altro punto di vista aumenta pure la sperequazione tra i “grandi” e le tantissime piccole imprese che costituiscono la base e il fondamento dell’attività vinicola in Italia. Un’interessante riflessione su questo tema la troviamo su Wine Meridian.

Infine un consiglio per chiunque – come noi – sarà presente a Verona: scaricate la app ufficiale Vinitaly! Potrete salvare i vostri espositori preferiti (e rintracciarli sulla mappa), segnare in calendario eventi e degustazioni e anche scansionare il vostro biglietto d’ingresso evitando di stamparlo. Seguiteci nei prossimi giorni per tutti gli aggiornamenti, anche sul nostro nuovissimo profilo Instagram @lelocuste!

Vinitaly 2019

Chiare, fresche, dolci acque

Una gita sulle rive del Po, di questi tempi, rischia di essere un’esperienza malinconica e struggente, con la portata del fiume più imponente d’Italia ridotta ai minimi storici. Augurandoci che arrivino presto tempi migliori, vale comunque la pena di spingersi fino al ponte di Mezzana Bigli, in provincia di Pavia, se la meta è la piccola locanda Acquadolce: un ristorantino elegante e curato ma informale, dove gli ingredienti della tradizione si sposano con un tocco di creatività e di sperimentazione. I legami con il territorio, naturalmente, non mancano, a partire dal freschissimo fritto di fiume (nella foto) con rane e pesciolini, per continuare con il pesce d’acqua dolce di giornata e il prelibato prosciutto d’oca; nel menu, tuttavia, troviamo anche piatti più elaborati e fantasiosi, come i risotti della casa e i tortelli con cacio, pere e mandorle. Un plauso particolare la merita la cantina, ricca di sorprese locali (Buttafuoco in testa) e non: affidatevi ai consigli del gestore! Abbiamo già detto troppo: per saperne di più non vi resta che sedervi sulla riva del fiume e aspettare la nostra recensione completa.

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La cucina del frattempo

Il mondo della ristorazione sta cambiando, e la rivoluzione è ormai arrivata anche ai piani più alti. La prova definitiva è l’edizione 2019 di Identità Golose, il congresso milanese che per anni è stato soprattutto una sfarzosa celebrazione di chef dallo status semidivino, immutabili e inavvicinabili. Ora l’approccio è completamente diverso, anche se in apparenza la kermesse che si è svolta dal 23 al 25 marzo scorsi non si è discostata dai suoi standard: a Milano hanno sfilato tutti i “big” italiani e internazionali dei fornelli, da Massimo BotturaCarlo Cracco, da Dominique CrennEnrique Olvera, e non sono certo mancati premi a cascata e faraonici eventi organizzati dagli sponsor. Ad essere cambiato, per la verità già dà qualche tempo, è il modo in cui le star della cucina si rivolgono al pubblico: spariti affettazione e distacco, cresce la voglia di condividereraccontarsi. “Se vuoi lavorare nella gastronomia devi essere social nel mondo reale, not on fucking Instagram“, per usare le parole di un appassionato Tim Raue. In questo, i relatori sono stati aiutati dal tema del congresso: la memoria, intesa in chiave futura, come capacità di lasciare un segno del proprio passaggio in cucina, ma interpretata quasi da tutti anche come riscoperta e riappropriazione delle tradizioni gastronomiche, delle proprie radici culturali e persino dei ricordi personali.

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Insomma, nella tre giorni milanese si è potuto assistere a incontri davvero coinvolgenti non solo dal punto di vista tecnico ma anche da quello umano: come quello con Ezra Kedem, che da anni coltiva la – per noi insospettabile – tradizione della pasta in Israele e la contamina con ingredienti mediterranei e mediorientali, arrivando a ipotizzare che le orecchiette pugliesi e addirittura la pasta fredda possano avere origini ebraiche. O con Karime Lopez, l’allieva prediletta di Bottura, che da una profonda riflessione sul concetto di memoria e su quelle “prime volte” culinarie destinate a lasciare un segno indelebile nei nostri sensi ha tratto la descrizione del suo lavoro: “Un costante esercizio per trasformare esperienze sorprendenti in memorie durature”. Per non parlare di Isabella Potì e delle sue sperimentazioni sul rancido, o dell’algido Heinz Beck che si “scioglie” con i piatti della nonna, pur ammonendo: “La memoria senza creatività diventa ripetizione, e la ripetizione uccide”.

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Significativa e importante la sezione Identità di Carne, dedicata per la prima volta a un alimento oggi bersagliato da estremismi vegetariani. A introdurla impeccabilmente Diego Rossi, chef dell’acclamata trattoria Trippa di Milano, capace di rivendicare in modo credibile il consumo responsabile e la consapevolezza sulla “morte nobile” degli animali macellati, ma al tempo stesso (e proprio per questo) di inventare piatti eccezionali in cui la carne viene sfruttata in ogni suo taglio, senza buttare via niente. Come se non bastasse Rossi ha stabilito anche un record di rapidità, servendo in 45 minuti un intero menu a base di pecora!

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Il nostro reportage completo su Identità Golose 2019 lo trovate nella sezione Articoli del sito, con una corposa galleria fotografica. Gli aggiornamenti in tempo reale sono stati pubblicati su Twitter. Il titolo, per chi non lo sapesse, è indegnamente preso a prestito da uno storico ed eccezionale spettacolo di Alessandro Bergonzoni.

La memoria del cibo

Qualcuno se lo sarà pure chiesto: ma quest’anno Identità Golose non lo fanno? Eppure non era pensabile che il congresso di Paolo Marchi, l’amato/odiato evento che ogni dodici mesi riunisce a Milano i migliori chef italiani e internazionali, desse “buca” proprio nell’anno della sua quindicesima edizione. Infatti l’appuntamento dedicato alla cucina d’autore, che dal 2005 a oggi ha ospitato oltre 800 cuochi da tutto il mondo e dato vita a una serie di spin-off (l’ultimo è la sede/hub sempre aperta in via Romagnosi), si è semplicemente spostato di un paio di mesi, abbandonando la tradizionale collocazione invernale per abbracciare l’inizio della primavera. Così, da sabato 23 lunedì 25 marzo il MiCo Milano Congressi tornerà ad accogliere il gotha della gastronomia mondiale per tre giorni di incontri, presentazioni, laboratori e premiazioni. Spesso criticato per la sua elitarietà, per un certo spirito autoreferenziale e per l’ingombrante presenza degli sponsor (alcuni tra i più grandi marchi del food), Identità Milano – questo sarebbe il nome “ufficiale” del congresso – va preso per quello che è: un grandioso show dell’alta cucina e un modo per avvicinarsi, anche se solo per poche ore, a eccellenze altrimenti quasi irraggiungibili.

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Il tema dell’edizione 2019 è Costruire Nuove Memorie: il riferimento è all’ambizione coltivata da ogni chef, pizzaiolo, pasticciere o artigiano della cucina, quella di lasciare il segno nel patrimonio culturale collettivo. Ma è impossibile non notare che “identità” e “memoria” sono due concetti strettamente collegati tra loro (e ultimamente spesso abusati), e che l’innovazione di oggi non è altro che la tradizione di domani. Insomma, si punta sul nuovo senza rifiutare il passato, e del resto questo è ormai da anni l’orientamento prevalente nella cucina mondiale, da quando ci si è resi conto che le “magnifiche sorti e progressive” iniziavano a mostrare la corda anche ai fornelli.
Il programma prevede come sempre diverse sezioni: Identità di Pasta, di Formaggio, di Gelato, di Champagne… tra le novità più interessanti, segnaliamo nel calendario del sabato lo spazio dedicato a Identità di TV, in cui si rifletterà sul lungo e tormentato rapporto tra alta cucina e televisione, e la domenica Identità di Carne, con ospiti speciali come Diego Rossi, lo chef della richiestissima trattoria Trippa di Milano. Lunedì, come di consueto, è il giorno dedicato ai VIP: Massimo Bottura, Niko Romito, Dominique Crenn dell’Atelier Crenn di San Francisco, Enrique Olvera del Pujol di Città del Messico (non che negli altri due giorni manchino i nomi noti, da Cracco a Beck). In totale i relatori saranno più di 140: il programma completo è scaricabile dal sito.

Per finire le dolenti note: il prezzo dei biglietti per accedere al congresso – aperto venerdì, sabato e domenica dalle 10.30 alle 18.30 circa – è come sempre alto, dai 30 euro per la singola lezione ai 550 euro per il pass che copre le tre giornate. Chi volesse partecipare si armi di portafoglio e anche di pazienza, perché l’afflusso sarà notevole! Tutte le informazioni utili le trovate sul sito ufficiale dell’evento.

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Dal cavallo al lupo

Di tanto in tanto le Locuste tornano sui loro passi, anche solo per controllare di non aver lasciato avanzi, ed è per questo che alcune delle nostre recensioni vengono periodicamente aggiornate. Certo quello dell’esaurimento delle risorse non è un pericolo che corre l’Agriturismo La Favorita di Vigolzone, a pochi km da Piacenza: in questa grande tenuta in collina, popolata da splendidi cavalli, ogni pranzo somiglia a un banchetto di matrimonio, ed è impossibile alzarsi da tavola prima di qualche ora. Dai tempi della nostra precedente visita (datata addirittura 2007!) non è cambiato molto, ed è un eufemismo: in realtà tutto è rimasto assolutamente identico, persino nei più piccoli dettagli. Il menu continua a rappresentare un perfetto compendio della tradizione piacentina, dalla torta fritta con salumi alla coppa arrosto, passando per gli strepitosi tortelli con ricotta ed erbette e gli immancabili pisarei e fasö. Vista l’abbondanza, il prezzo (35 euro) è più che adeguato e l’agriturismo resta, oggi come allora, il luogo ideale per un’abbuffata da grandi tavolate.

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Al contrario, si trova sempre qualche gradita sorpresa alla Cascina del Lupo, ristorante che in un contesto piuttosto insospettabile – la poco amena periferia di Busto Arsizio – riesce a proporre un’atmosfera accogliente e raccolta e un’interessante cucina creativa. Il grosso del menu è rimasto lo stesso, ma tra le novità possiamo segnalare gli sfiziosi pici al ragù di faraona con brandy e pistacchi e anche il cosciotto d’agnello ripieno con fagiolini e asparagi. Sempre ben fornita la cantina. Per saperne di più vi rimandiamo alla recensione aggiornata!

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