A volte ritornano!

Potremmo parlarvi degli oltre 30 affamati commensali che si sono affollati al tavolo per la riapertura estiva del Crotto da Gusto; potremmo descrivervi la solita pioggia di GT che ha annaffiato il pranzo, lasciando come al solito qualche vittima sul terreno; potremmo raccontarvi dell’ennesima indigestione di polenta oncia o di valorosi nuovi arrivati che sono stati visti addirittura cimentarsi con la scarpetta nel burro. Ma questa volta il nostro annuale raduno sui Monti di Gottro è stato soprattutto l’occasione per un grande ritorno: dopo ben 10 anni di assenza e svariate avventure africane, è infatti rientrato nel gruppo nientemeno che il Mastro Coppiere! Bentornato e, ovviamente, a presto per le prossime missioni…

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Facciamo alla romena

Il centro storico di Bucarest è un sorprendente e insospettabile mix tra una città fantasma e un parco divertimenti per adulti che non ha nulla da invidiare a Las Vegas: costruzioni in rovina e negozi dal design all’avanguardia, antichi edifici abbandonati e sfrenati locali notturni si susseguono senza soluzione di continuità. In mezzo naturalmente ci sono anche i ristoranti, che, a saperli scegliere con accortezza, offrono un campionario assai interessante e a buon mercato della gastronomia rumena. Alcuni di essi sono veri e propri monumenti storici, come l’Hanu’ Lui Manuc, il più antico albergo della città, datato 1802 e dotato di una spettacolare corte interna: vale la pena di visitarlo anche solo come attrazione turistica – e infatti è inserito in tutti gli itinerari guidati – ma la cucina è ottima e le specialità locali sono servite nella loro migliore versione. Specialità che, è bene dirlo, non sono adatte ai deboli di stomaco: dalle sarmale (involtini di verza ripieni di carne macinata) ai mici (salsiccette speziate), per arrivare alle varie ciorbe (zuppe) e ai dolcissimi papanasi (ciambelline fritte al formaggio), il menu comprende ben poco di  dietetico.

Il ristorante più famoso della città è comunque senza dubbio il Caru’ cu Bere, che di anni di attività ne ha “solo” 130 ma può contare su un perfettamente conservato arredamento neo-gotico e, nonostante gli oltre 200 coperti, è perennemente strapieno. Merito dei prezzi bassi, della birra artigianale e di alcuni piatti-feticcio come un pantagruelico stinco di maiale. Meno famoso, meno storico e più sobrio, ma ugualmente (o forse più) rappresentativo della tradizione è la Crama Domneasca: il livello dei prezzi qui è appena più alto, ma i piatti sono impeccabili (da non perdere le salsicce di montone) e le porzioni davvero abbondantissime. Infine, sempre nel centro storico, ci si può concedere una breve sosta alla birreria Hanul cu Tei, altro locale che sta per tagliare il traguardo dei due secoli di vita e che occupa praticamente un’intera via, frequentatissima dagli studenti della vicina università.

Una piccola avvertenza per chiudere: nel conto dei ristoranti rumeni le mance non sono incluse, ma sono comunque attese, nella misura di almeno il 10% del totale (meglio se il 12%). Tenetene conto nel programmare il vostro budget, che comunque non sarà inaffrontabile: è davvero difficile andare oltre i 30 euro di spesa per un pasto completo.

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Le mystère des plats bulgares

La cucina della Bulgaria non brilla certamente per varietà, ma per il visitatore occasionale non si tratta necessariamente di un difetto: grazie a questa caratteristica, infatti, anche con una breve incursione di pochi giorni nella capitale Sofia è possibile farsi un’idea abbastanza precisa della gastronomia del paese balcanico. Un’idea tutt’altro che negativa: i piatti bulgari, robusti e appetitosi, costituiscono un interessante mix tra sapori più noti (almeno alle nostre papille) come quelli della cucina turca, greca e mitteleuropea. Tra le preparazioni più caratteristiche si segnalano i kebapcheta, tipiche salsiccette speziate, le kufteta, polpette di carne di manzo e maiale, e il katak, un mix di yogurt e formaggio, simile allo tzatziki greco; molto gustosi sono anche i dolci.

Per un primo approccio vi consigliamo due locali diametralmente opposti per location e atmosfera, ma praticamente identici nel menu: il Divaka, situato in pieno centro, è un modernissimo ristorante pensato per una clientela internazionale, che però presenta tutti i classici della cucina bulgara accanto a un corposo assortimento di carne alla griglia. Il Borimechkata si trova invece nel cuore del quartiere universitario ed è la fedele riproduzione di una taverna di campagna, con tanto di arredi in legno, musiche folcloristiche e camerieri in costume: la sostanza però resta simile, con qualche prelibatezza in più come i gustosi bocconcini di formaggio fritto (nella foto). Entrambi i locali, per fortuna, offrono un pratico menu in inglese in alternativa all’alfabeto locale, incomprensibile per i profani. Per finire, una caratteristica importante dei ristoranti cittadini, come peraltro di Sofia in generale, sono i prezzi imbarazzanti: si può portare a termine un pasto completo con l’equivalente di 10 euro!

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Una cotta per il mosto

Da diverso tempo non partecipavamo alle benemerite cene birrarie organizzate dall’enopub Il Barbaresco di Legnano, un ciclo di incontri di grande successo alla cui inaugurazione avevamo partecipato ben 4 anni orsono. Se siamo tornati sul luogo del delitto il merito è tutto del giovane ma già premiatissimo Birrificio Sagrin di Calamandrana (Asti), che ci ha incuriosito con le sue creazioni originali e, alla prova dei fatti, non ha certo deluso le attese. I due titolari BeppeBilly, al secolo Giuseppe Luci e Matteo Billia, con cui abbiamo avuto la fortuna di dividere il tavolo, dimostrano notevoli capacità di coinvolgere il pubblico interpretando i ruoli del “poliziotto buono e poliziotto cattivo“: pragmatico e dissacratorio il primo, filosofico e tecnico il secondo. Ma a garantire il successo del birrificio non sono certo – o almeno non soltanto – le doti affabulatorie dei suoi proprietari.

20180323_203550 Il Birrificio Sagrin è noto soprattutto per essere tra i principali artefici della diffusione dell’IGA, uno stile birrario tutto italiano: la sigla sta per Italian Grape Ale, e identifica la birra prodotta con l’aggiunta di mosto di vino. In assenza però di un qualsivoglia disciplinare, la definizione è del tutto vaga: per farla breve, ognuno fa a suo modo, dai pionieri del birrificio Barley in poi. La scelta del Sagrin è stata quella di utilizzare una percentuale di mosto molto limitata (tra il 5% e il 10%) e di aggiungerlo direttamente in fermentazione, realizzando così prodotti che devono molto al vino per aromaticità ed equilibrio, ma che al tempo stesso conservano una fortissima identità birraria. A questo poi si aggiunge la collaborazione con aziende vinicole di grande affidabilità come Dogliotti 1870 e Valfaccenda, che assicurano la fornitura di mosto di qualità.

Arriviamo così alla cena dello scorso 23 marzo, aperta da due birre che con lo stile IGA non hanno nulla a che fare, ma che testimoniano perfettamente l’originalitàcreatività del birrificio. La prima è la “piccante” Bacialè, una sfiziosa saison leggermente speziata con aromi che stupiscono anche per l’azzardato mix Nord-Sud: menta di Pancalieri e scorza di limoni di Sorrento. Perfetto anche l’abbinamento: mozzarella di bufala, zucchine alla menta e un godurioso crostino agli agrumi. Come primo piatto, i più classici maccheroncini all’amatriciana sono stati invece accompagnati dalla T.Malefica, una triple “mascherata”: tutte le caratteristiche dello stile belga, ma con in più almeno due mesi di fermentazione in bottiglia, che le conferiscono un caratteristico aroma. Birra ingannevolmente beverina ma dalla non indifferente gradazione alcolica, a cui si deve la denominazione (e per carità di patria sorvoliamo sul significato della “T”).

Entriamo finalmente nel regno delle IGA con le restanti due portate: la prima vede protagonista la famosa Roè, recentemente premiata con la medaglia di bronzo al Bruxelles Beer Challenge. Si tratta di una birra prodotta con mosto di uve Arneis, e in tal senso non lascia dubbi il marcatissimo profumo floreale: il gusto è delicato ma anche profondo, con una nota amara non indifferente. Essenziale, quest’ultima, per premiare un abbinamento in apparenza molto osé, quello con l’agnello arrosto ai cipollotti borettani: pare impossibile, ma la Roè è perfetta per temperare il sapore selvatico della carne ovina. Meno azzeccato, invece, l’ultimo abbinamento: la ciambella con mandorle, canditi e zabaione è deliziosa, ma il contrasto con l’esuberante Samos risulta eccessivo. Dolcezza e acidità finiscono per annullarsi a vicenda, lasciando la bocca praticamente neutra. Ciò nonostante, la IGA realizzata con mosto di uve Moscato lascia il segno: fresca e fruttata (ma per nulla dolce), la birra si fa apprezzare anche come aperitivo.

Attendiamo la prossima occasione per degustare le altre creazioni del Sagrin, tra cui la Monfrà con mosto di Barbera: a quanto pare trovarle in giro non è facilissimo, ma chi si trovasse in zona può rivolgersi direttamente al Barbaresco. Prosit!

 

 

Altro ke ristoranti!

Sia pure con il solito inqualificabile ritardo, eccoci pronti ad aggiornarvi sugli esiti delle ultime missioni gastronomiche. La nuova recensione vera e propria riguarda l’Altroké, un giovane ristorante di Milano dalla formula ancora da perfezionare: le porzioni sono un po’ troppo ridotte e i prezzi, al contrario, decisamente esagerati, anche se bisogna tener sconto dei fortissimi sconti che arrivano fino al 50% (per esempio prenotando tramite The Fork). Per contro l’entusiasmo non manca, e neppure le idee: alcuni piatti sono molto interessanti, come la cacio e pepe al battuto di gamberi rossi, altri semplici ma ben riusciti (vedi il polpo croccante su vellutata di patate e porri). Vi rimandiamo come sempre alla nostra recensione completa per approfondire.

Sempre a Milano, ma diametralmente opposto sia per location geografica sia per tipologia, ecco Al Padellone: una ruspante steakhouse e pizzeria al trancio amata dai bikers, ma ideale anche per chi vuole godersi una buona grigliata di carne a prezzi non eccessivi. E infine, per l’ultimo consiglio, ci spostiamo a Settimo Torinese: qui troverete il ristorante René, che si farebbe già amare con i suoi manifesti dei film di Pozzetto e Calà alle pareti, ma poi irrobustisce l’impressione iniziale con ottimi piatti di cucina piemontese, dal vitello tonnato ai risotti. Da testare più approfonditamente!

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Pietre miliari

Ci sono ristoranti che nel corso degli anni riescono a trasformarsi in irrinunciabili punti fermi mentre il mondo intorno a loro cambia vertiginosamente: è il caso dell’Osteria Le Pietre Cavate, una vera e propria istituzione in zona corso Sempione a Milano. Questo locale aperto da più di quarant’anni, di chiara ispirazione toscana, ha però arricchito il suo menu con diversi piatti a base di pesce, fino a diventare uno degli ultimi esemplari di ristorante “per tutte le stagioni“, una specie ormai in via di estinzione. La specialità della casa resta comunque la carne alla brace, in particolare fiorentinafiletto; il resto lo fanno l’atmosfera calda e la non banale attenzione al cliente. Per saperne di più, non vi resta che leggere la nostra recensione completa!

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Il grande fritto

Se la tentacolare metropoli (si fa per dire) che risponde al nome di Milano ha un pregio culinario, è indubbiamente la varietà: in città è rappresentato qualsiasi tipo di cucina, italiana o internazionale, e in caso di necessità è possibile soddisfarvi anche il desiderio gastronomico più inconsueto. Se per esempio vi venisse voglia di fritto misto alla piemontese… ebbene sì: cercando attentamente, e prenotando con un certo anticipo, potete togliervi lo sfizio alla Trattoria Aurora, un locale di stampo antico che tra l’altro oggi appare come una mosca bianca nel contesto modaiolo e stylish di via Savona. Il servizio impeccabile e la cornice in stile liberty rendono ancora più piacevole un’esperienza che è da consigliare solo agli stomaci forti: cotoletterognonianimellecervella, e ancora piedini, cuore, fegato, filetto, persino gamberi e rane, si susseguono senza tregua per almeno 15 portate, fino ad arrivare al dessert (naturalmente fritto), per chi ci riesce. Il tutto all’insegna della qualità e anche della leggerezza, compatibilmente con l’abbondanza delle porzioni! Ma oltre al fritto, il ristorante ha molte altre frecce al suo arco: per scoprirle, leggete la nostra recensione completa.

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